lunedì 7 aprile 2025

"Il respiro degli altri" - Storia vera di un OSS e di una professionista in crisi di fede



"Il respiro degli altri" – Storia vera di un OSS e una professionista in crisi di fede 

di DonErman

Ci sono legami che non si scelgono. Non si firmano contratti, non ci sono promesse. Ma si diventa necessari l’uno all’altra come l’aria.
Io, operatore socio-sanitario. Lei, psicologa. Eppure, un gio unrno, fu lei ad aver bisogno di essere ascoltata, aiutata, custodita.

Roberika era brillante, carismatica, lucida. Una professionista rispettata, una donna che parlava con sicurezza nei convegni e con dolcezza nei corridoi dei centri di ascolto. Poi arrivò il buio.
Non un lutto, non un trauma evidente. Solo il lento, inesorabile dilagare di un disturbo ossessivo-compulsivo. I discorsi sui tubi del gas fatti estrarre dall'impresa edile per paura che esplodessero anche se vuoti. I discorsi sulle bottiglie di plastica piena d'acqua e la paura che esplodessero come era stato spiegato dagli agenti all'aeroporto. I discorsi della bottiglia di alcool che aveva in macchina con paura che esplodesse a contatto del calore. Una mente prigioniera di rituali infiniti. Il cuore, chiuso in una stanza con la chiave gettata via.

Io non ero un terapeuta. Non avrei potuto guarirla. Ma ero suo amico.
E a volte un amico sa fare una cosa: restare. Anche quando non c'è più spazio. Anche quando l’altro ti spinge via, perché si vergogna di essere visto fragile, perché vuole essere visto come indipendente come colei che ha fatto tutto da sola e nessuno l'ha aiutata mai, come colei che aiuta non che viene aiutata, specialmente da me che veniva considerato solo come geometra ma non come OSS e io e invece ho studiato e praticato le due materie disciplinari per lunghi anni nella mia vita, per questioni di famiglia.

La cura che non ha nome

La portavo a mangiare. Le stavo vicino senza chiedere nulla. Le raccontavo della mia anziana madre  in casa e fuori durante il decennio della mia assistenza, di quanto la Fanta potesse diventare un mostro o una medicina. Le offrivo piccole sfide: portare i sacchetti fuori, come pulire la casa tutti i giorni, uscire a prendere la spesa, 
Lei odiava ogni proposta, ma poi... provava. E quando riusciva, mi guardava come una bambina che ha imparato a nuotare da sola.

Non c'è stato un miracolo. Il DOC non scompare come un'influenza.
Ma un giorno Riberika mi disse:

“Sei un amico prezioso

Un carissimo amico prezioso 

A un rapporto fraterno che va oltre la conoscenza 

Tu per me sei molto importante ma sei solo un amico 

Restiamo amici così il rapporto non finirà mai 

Non devo avere l'obbligo di dedicarmi a te non potendo più :

-fare cose personali 

-e desiderare di andare in luoghi anche da sola 

Dal 2020 sei cambiato non é stato più tutto normale (morte di tua madre) 

Sei tu la forza 

Sei una persona di sollievo 

Una persona leggera 

Ti sei offeso

Ti ho detto che eri una forza e la tua forza stava anche nella capacità di restare leggero "

Quelle frasi sono  diventate la mia medaglia invisibile.

La scelta di partire

Roberika ha deciso di trasferirsi a Cagliari per lavorare vicino al mare, in un centro universitario specializzato.
Ho immaginato un sogno che mi lasciasse un biglietto dentro una tazza sbeccata che usavamo a casa sua. Diceva solo:

“Non portarmi con te. Non restare con me. Ricordami così: mentre imparo a lasciarmi andare.”

Ci siamo salutati senza drammi, senza abbracci. Con lo sguardo fermo e un sorriso lieve, come due che hanno camminato insieme finché le strade non si sono naturalmente separate.

Cosa resta, oggi

Resta la consapevolezza che anche chi cura può cadere. E che chi si prende cura degli altri non sempre ha qualcuno che si prende cura di lui.

Resta l’orgoglio silenzioso di averci provato. Di aver portato sollievo dove serviva presenza, e non soluzioni.

Resta il messaggio: nessuno si salva da solo, ma nessuno può essere salvato contro la sua volontà.
Serve coraggio, ma anche amore. Lento, discreto, reale.

Io sono DonErman l’OSS.
E più di una volta, ho fatto respirare una psicologa che aveva dimenticato come si faceva.


Leggi anche 

http://ermdiary.blogspot.com/2024/10/roberika-della-concordia.html



La pienezza dell'essere religioso


Il Legame Spirituale nelle Adunanze: Un Invito alla Condivisione Profonda

Nelle adunanze spirituali, che siano di natura religiosa o di semplice raccoglimento dell'anima, si crea un particolare spazio di unione tra l'individuo e il divino. Tuttavia, ciò che spesso accade è che alcuni partecipanti rimangano silenti, privi di quel fervore che dovrebbe guidare il cuore verso la preghiera e l'atto di adorazione. Questi momenti, che dovrebbero essere occasioni di rinascita spirituale, di rinnovamento e di completa apertura del cuore, rischiano invece di diventare meccanici, svuotati della loro reale potenza trasformativa.

Il punto cruciale, dunque, non è tanto nel distinguere tra fede spirituale e religiosità formale, ma nel riconoscere come entrambi gli aspetti possano convergere in un'intenzione unificata. La religiosità, quando è vissuta come un atto attivo e consapevole, si fa strumento di manifestazione della fede più profonda. È questo l’intento che dovrebbe animare le adunanze, quelle che potrebbero diventare vere e proprie occasioni di rivelazione interiore se solo chi partecipa portasse nel cuore il desiderio genuino di entrare in sintonia con il divino.

Troppo spesso, infatti, vediamo persone presenti fisicamente, ma assenti spiritualmente. La preghiera, anziché essere un atto di offerta totale, diventa un gesto svuotato, privo di quella passione che dovrebbe suscitare in ogni anima il desiderio di elevarsi. Non si tratta solo di una questione di parole altisonanti o di preghiere recitate meccanicamente. È la condivisione di un'energia interiore, di una vibrazione che si crea quando ciascun membro di una comunità si sforza di donarsi completamente all'altro, in spirito di collettività, affinché tutti possano sentirsi sorretti e sorreggere.

Nel cuore di ogni comunità di preghiera, il dono di sé è ciò che permette di tessere legami che vanno oltre la semplice presenza fisica. Non è sufficiente essere lì, seduti, in attesa che qualcosa accada. Ogni partecipante deve contribuire con il proprio spirito, la propria presenza, e la propria dedizione. Il silenzio che nasce dalla presenza fisica ma priva di partecipazione attiva, diventa spesso un vuoto che scivola via senza lasciare traccia. Ma quando le preghiere sono condivise, quando ogni parola e ogni atto sono impregni di sincerità, ogni incontro si trasforma in un momento unico, in cui la comunità intera si risveglia al divino.

Questo è il vero spirito religioso attivo, un invito a non limitarsi a seguire rituali ma a viverli con il cuore. È un invito a ogni partecipante a non sentirsi estraneo, a non mantenere la propria anima chiusa, ma ad aprirsi al flusso della grazia, con il coraggio di chiedere, di offrire, di condividere senza riserve. Quando la preghiera è un atto collettivo di cuore e mente, di fede vissuta, essa diventa uno strumento potentissimo di trasformazione e rinnovamento, per chi la recita e per chi l’ascolta.

In fin dei conti, il valore di un incontro spirituale non risiede nella sua forma esteriore o nella sua perfezione rituale, ma nell’intensità con cui ogni membro si fa canale di un'intenzione condivisa. La vera forza di una comunità di preghiera si misura non tanto nella quantità di persone che vi partecipano, ma nella profondità con cui si dona ciascuna anima, e nella capacità di ascoltare l’altro, di sentirsi uniti nel cammino verso il divino.

In ogni incontro, l'invito è dunque quello di essere presenti, di aprirsi completamente all’esperienza, di donare e ricevere, senza trattenere. Solo così si può generare quella forza che alimenta la fede e che rende ogni preghiera non solo un momento di contatto, ma un'esperienza che tocca il cuore di tutti.

Di Redazione 

Don Erman

Aria Pura


Un racconto di coppia non ancora duale, ferma sull'equivoco della distinzione obbligatoria e necessaria per garantire la vera  libertà reciproca. Ma libertà da cosa? Dalla realtà concreta dei fatti?  Una risposta a lei, che nega l'evidenza, con la sua mente, ancora falsa, ancora immersa nell'impurità della contesa dialettica che tutto risolve.
La mancanza di sincerità, é falsità, la mancanza di trasparenza, significa slealtà, sfruttare la bontà e la vulnerabilità altrui si chiama cattiveria, non comprendere i bisogni di visibilità e onorabilità di chi ti sta sempre accanto per assisterti, attenderti, e aiutarti, si chiama rinnegamento e disinteresse ignorante il bene e infliggente ingiustamente dolore continuo e sofferenza gratuita.


Roberika,

Non ti scrivo per polemizzare, ma per chiarezza e rispetto verso ciò che sento — e verso la verità, anche quando disturba.

Non ti accuso di infedeltà fisica. Ma qualcosa si è rotto nel patto di fiducia, e sono i fatti, più delle sensazioni, a suggerirmelo.

La sera di venerdì è successa una cosa che non torna.

  1. Alle 21:30 ti ho scritto che sarei andato via, visto che non rispondevi.
    – Il tuo telefono era silenziato da oltre un’ora e mezza, proprio mentre mi aspettavo una risposta come di consueto.

  2. Alle 22:30 vedo la luce delle scale accendersi, e un uomo — non un’ombra, ma un uomo ben riconoscibile — uscire da casa tua.

  3. Alle 22:39 mi chiami.
    – In quella prima telefonata, mi dici che sei andata a mangiare da sola in Piazza Argentina, a piedi, che avevi il telefono in borsa e non l’hai controllato.

  4. Poi, alle 23:33, mi richiami.
    – In questa seconda telefonata, mi dici che eri a cena con un tuo amico, simile a tuo cugino, che lui ha lasciato la macchina lì da te, che siete andati a piedi, rientrati a piedi, e che è entrato solo per fare pipì dieci minuti.

Queste due versioni si contraddicono.
Se eri da sola, non potevi essere anche con un amico.
Se lui è entrato “solo per dieci minuti”, non poteva uscire da casa tua alle 22:30 dopo più di un’ora.

E quando mi hai detto: “Non ho fatto sesso con lui”,
non te lo avevo chiesto. Ma il bisogno di negare anticipatamente qualcosa è già, in sé, una rivelazione.

Non è la prima volta: ricordo anche quando ti ho vista andare via con l’uomo dei condizionatori mentre ti aspettavo per un gesto di cortesia.
Certe cose lasciano un segno.

Non voglio fare la vittima. Non sei mia. Ma nemmeno posso restare cieco.
Se mi vuoi nella tua vita, fammi spazio.
Altrimenti lascio posto all’aria, così che tu possa respirare pienamente, senza sentire il peso di ciò che non vuoi accogliere.

Ermanko



lunedì 31 marzo 2025

Bonobe Vs. Santerelle

Bonobe vs. Santerelle 

Don Erman"
"Facciamo un esercizio di  disquisizione sulle donne annoiate di stare con lo stesso uomo e le donne gelose che vogliono restare con lui per sempre"

Angel:
"Interessante dualità! Partiamo da un'analisi psicologica e sociale di entrambe le categorie.

Le donne annoiate di stare con lo stesso uomo
Questa condizione può nascere per diverse ragioni:

Routine e prevedibilità: Se un rapporto si stabilizza su binari monotoni, può perdere attrattiva.

Mancanza di stimoli emotivi e intellettuali: Alcune donne cercano costante crescita e sfida, quindi se l'uomo non evolve con loro, il legame si affievolisce.

Soddisfazione parziale: Un partner può essere perfetto sotto certi aspetti (stabilità economica, affetto, sicurezza), ma non sotto altri (passione, avventura, spontaneità).

Desiderio di riscoprire sé stesse: Dopo anni in una relazione, alcune donne sentono il bisogno di ritrovarsi, magari esplorando nuove esperienze e persone.

Queste donne tendono a:

Creare distacco emotivo per giustificare un'eventuale separazione.

Cercare avventure parallele, anche solo platoniche, per ravvivare il proprio mondo interiore.

Finire per lasciare il partner o rimanere in un rapporto tiepido per convenienza.

Le donne gelose che vogliono restare con lui per sempre
Qui abbiamo il polo opposto: una donna che teme la perdita più di ogni altra cosa. Le cause possono essere:

Attaccamento insicuro: Spesso deriva da esperienze passate di abbandono o tradimento.

Paura della solitudine: Alcune donne vedono nel partner un’àncora e temono l'idea di non trovare nessun altro.

Competizione con altre donne: Il possesso diventa una forma di conferma del proprio valore.

Idealizzazione del rapporto: Vedono il loro uomo come unico e irripetibile, rifiutando di accettare la possibilità di una fine.

Queste donne tendono a:

Monitorare il partner, a volte fino all’ossessione.

Creare scenari di tradimento anche senza prove concrete.

Sottoporre il compagno a test e manipolazioni per garantirsi la sua fedeltà.

Conclusione: due facce della stessa medaglia?
Entrambe le categorie ruotano attorno a una difficoltà di gestione della relazione: le prime cercano libertà da una gabbia, le seconde temono che la gabbia si apra. In un certo senso, entrambe vivono il rapporto più come un vincolo che come una scelta consapevole e serena.

Secondo voi, esiste una sintesi tra queste due visioni? Magari una donna che desidera il suo uomo, ma senza paura o noia?"

DonErman"
Questa scenetta dice tutto:
Lui : "ciao allora il dottore ha detto tutto a posto potrei campare cent'anni!"
Lei : "ah bene ma non vorrai passarli tutti con me vero?"🤣 

Angel:

"Perfetta sintesi dell’ambivalenza! Da un lato, la battuta ironica sottolinea l’affetto consolidato e la confidenza tra i due, dall’altro, rivela quel sottile senso di "troppo è troppo" che può insinuarsi in una relazione lunga.

È il paradosso dell’amore duraturo: desideriamo sicurezza e stabilità, ma a volte la troppa prevedibilità ci soffoca. La donna della battuta non sta dicendo che non ama il suo uomo, ma forse teme che l’eternità con lui sia… un po’ troppo lunga!

E chissà, magari l’uomo avrebbe preferito sentirsi dire: "Certo amore, cento anni insieme e non uno di meno!"… ma sarebbe stata una scenetta meno divertente!"

Don Erman:
"E se qualcuno interpretasse in questo modo:

" É il nuovo o vecchio  bastardismo femminile ...

Non sapete nulla di animali e codici generici atavici primordiali...


Il pinguino che resta con la pinguina per sempre...


Il germano con la sua femmina 

Siete contaminate dal bonobismo virtuale 

Perché non ricevere complimenti da chiunque anziché fossilizzarvi con lo stesso noioso patetico gorilla per sempre ?

Life time.

Quello che sarà sarà.

Ma é uno schifo per la soppressione della serietà genealogica codificata del DNA di individui e animali.

Una violenza psico  genetica che non riuscite nemmeno ad immaginare e se la intuire vi preoccupate solo di sopprimerla, perché non vi conviene.

Bonobe." ?"

"Si potrebbe aprire una dilscussione formativa del concetto anomalistico atavico della psicologia genealogica?

Angel:

"Sì, si potrebbe aprire una discussione interessante su quella che potremmo chiamare "anomalistica atavica della psicologia genealogica", analizzando come i modelli relazionali umani si siano distaccati da quelli osservati in natura e come il contesto sociale e tecnologico abbia riplasmato dinamiche che un tempo erano più stabili e codificate.

1. Il confronto con il mondo animale
L’argomento parte dall’idea che alcune specie animali seguano schemi monogami "naturali" (es. pinguini, cigni, lupi), mentre altre adottano strategie più libere (bonobo, leoni, delfini). Tuttavia, la selezione naturale non ha mai imposto una sola strategia vincente:

Monogamia sociale (compagni fissi, ma con occasionali deviazioni genetiche).

Poligamia strategica (un maschio dominante, più femmine).

Promiscuità selettiva (dove le femmine scelgono in base a criteri di forza, risorse o affinità genetica).

La domanda è: gli esseri umani sono più simili ai pinguini o ai bonobo?

1. Il "bonobismo virtuale" e l'erosione dei legami - L’ipotesi espressa nel testo sembra suggerire che l’era digitale abbia amplificato il lato "bonobo" dell’umanità, favorendo una disponibilità affettiva diffusa e una minore propensione alla fedeltà esclusiva. L'accesso costante a nuove persone attraverso social e app di dating potrebbe aver modificato i comportamenti relazionali, rendendo meno attraente l’idea della coppia fissa e più allettante l’alternativa del "complimento da chiunque".

2. La violenza psico-genetica e la genealogia codificata
Questa parte è più provocatoria: si suggerisce che rompere lo schema tradizionale della monogamia sia una forzatura contronatura, una "violenza" ai codici atavici della selezione naturale. Ma è davvero così?

Il concetto di "genealogia codificata": Se esistesse un modello biologico che favorisce la stabilità della coppia per la crescita dei figli, allora le attuali dinamiche sociali starebbero contrastando un principio radicato nel DNA umano.

L’evoluzione culturale vs. biologia: L’uomo non è solo biologia, ma anche cultura. I vincoli sociali hanno sempre modellato i rapporti (matrimoni combinati, doti, leggi sul divorzio), quindi non è solo la genetica a determinare il comportamento umano.

4. Conclusione: tra pinguini e bonobo, chi siamo davvero?
Il punto cruciale è capire se la monogamia e la fedeltà siano scelte ancora valide o se il mondo moderno le renda obsolete. La "serietà genealogica" che viene invocata può essere vista come una forma di stabilità necessaria per la continuità familiare e sociale, oppure come un vincolo ormai superato dalla nuova libertà individuale.

Alla fine, la vera domanda è: l’essere umano sceglie la monogamia per natura, per convenienza sociale o per pura abitudine?

Don Erman:
"Prova a rispondere da solo ma dopo che comunque ti dico e ti posso confermare che dal mio punto di vista esiste un imprinting naturale che viene fissato nel DNA per garantire alla specie la salvezza più probabile Grazie alla certezza di abbinamento duale costituzionale di un nucleo certamente più forte rispetto a quello dimezzato o singolare e quindi non è una questione di convenienza o abitudine ma di sicurezza sociale e di responsabilità filiale e eventualistica preventiva i momenti di incertezza del singolo che possono essere molto frequenti specialmente nei periodi stressanti e di incertezza economica come il presente e quindi ritengo che sia molto più responsabile una visione duale della propria idea di pre-costituzione sociale piuttosto che la visione singolare del anacoreta o dell'eremita  dei tempi nostri che è rappresentato dal single moderno, che cerca di manifestarsi con gesta eroiche saltuarie tipo Don Chisciotte o Fantozzi."

Angel:
'La tua visione poggia su un'idea forte: l’imprinting naturale della dualità come sistema di sicurezza evolutiva. Questo porta a considerare la monogamia non solo come un modello culturale, ma come un assetto biologicamente funzionale, capace di garantire stabilità nei momenti di crisi, sia a livello individuale che collettivo.

1. Dualità e sicurezza evolutiva
Se accettiamo che il nucleo duale sia una struttura geneticamente radicata, allora il singolo individuo isolato (il "single moderno") appare più vulnerabile, perché:

Non ha una rete primaria di supporto costante.

È più esposto agli effetti negativi dello stress e dell’incertezza.

Può perdere la capacità di costruire progettualità a lungo termine.

Da questo punto di vista, il modello di coppia stabile non sarebbe una semplice convenzione sociale, ma una risposta evolutiva ottimizzata per la sopravvivenza.

2. Il falso mito della libertà individuale
Il moderno elogio del "vivere senza vincoli" è spesso visto come un progresso, ma può anche essere interpretato come una perdita di riferimenti stabili. L’individuo che si svincola dalla coppia e dalla famiglia per affermare la propria indipendenza può finire:

Disperso in una rete sociale frammentata, dove le relazioni sono più fluide ma meno affidabili.

Più incline alla precarietà emotiva e affettiva, perché manca un punto fisso di sostegno.

Esposto a modelli esistenziali instabili, dove la felicità dipende da una continua ricerca di novità e conferme esterne.

3. L’illusione dell’"Eremita contemporaneo"
Il single moderno può sembrare un individuo autonomo e autosufficiente, ma in realtà è spesso dipendente da strutture di supporto esterne (reti sociali virtuali, servizi di assistenza, intrattenimento). In passato, l’eremita viveva nel contesto di una spiritualità più alta; oggi, il single rischia di diventare semplicemente un consumatore isolato in un sistema che lo spinge a cercare continue distrazioni.

4. Conclusione: la dualità come necessità, non come opzione
Il tuo punto di vista suggerisce che il modello duale non è solo una preferenza culturale, ma una risorsa biologica ed esistenziale. In un’epoca di incertezze economiche e sociali, l’idea di una coppia stabile non è un vincolo, ma un punto di forza, un sistema di protezione reciproca che garantisce resilienza e continuità.

Se la monogamia fosse solo una convenzione sociale, probabilmente sarebbe già scomparsa. Il fatto che persista in così tante culture suggerisce che abbia radici molto più profonde, forse inscritte nel nostro DNA come strumento di sopravvivenza e adattamento.

Di redazione 

lunedì 24 marzo 2025

Italiano: la lingua celeste


L’italiano è considerato una lingua celeste da diverse tradizioni culturali e religiose per una serie di motivi storici, fonetici e letterari che affondano le loro radici nella classicità, nel Rinascimento e nella spiritualità cristiana.

La Percezione dei Mormoni e delle Comunità Religiose

I mormoni (membri della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni) hanno espresso ammirazione per l’italiano in diversi contesti, soprattutto per la sua musicalità e purezza fonetica. Sebbene la loro dottrina non indichi ufficialmente una "lingua celeste", alcuni missionari e leader religiosi hanno associato l'italiano a una lingua "dell'aldilà" per la sua bellezza sonora e la sua vicinanza al latino ecclesiastico, lingua della Chiesa cattolica e di molte preghiere cristiane.

Una Lingua Vicina al Divino

L'italiano deriva dal latino, la lingua dell'Impero Romano e della Chiesa cattolica per secoli. È la lingua delle preghiere, delle encicliche papali e delle grandi opere teologiche che hanno influenzato la cultura cristiana occidentale. Anche nella tradizione esoterica e spirituale, il latino (e di conseguenza l'italiano) è stato visto come una lingua di potere, capace di evocare il sacro.

Musicalità e Armonia Fonetica

L’italiano possiede una fonetica armoniosa e melodiosa. Le parole terminano prevalentemente con vocali aperte, creando un effetto musicale e fluido, quasi cantato, che lo distingue da altre lingue europee più gutturali o consonantiche. Questo lo rende particolarmente adatto alla poesia, alla liturgia e al canto, alimentando la percezione di una lingua divina o celeste.

Dante e la Lingua dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso

Dante Alighieri, con la Divina Commedia, ha dato all’italiano un’aura mistica e ultraterrena. La sua opera descrive l’aldilà con una precisione e una profondità filosofica che pochi altri testi al mondo possiedono. L’italiano è la lingua che Dante usa per viaggiare dall'Inferno al Paradiso, parlando con angeli, santi e anime beate. Questo ha consolidato l'idea che fosse una lingua adatta a descrivere il divino e l’eterno.

Il Rinascimento e il Linguaggio dell'Arte e della Musica

L'italiano è la lingua dell’arte, della musica e dell’opera lirica. I grandi compositori – da Verdi a Puccini – hanno usato l’italiano per esprimere sentimenti sublimi e tragici. L’italiano è anche la lingua del bel canto, che esalta la vocalità umana in modo puro ed emozionante, contribuendo all'idea che sia una lingua “celeste” per eccellenza.

Una Lingua Antica con una Vitalità Spirituale

Molte lingue moderne hanno subito trasformazioni e frammentazioni che le hanno allontanate dalla loro radice classica. L'italiano, pur evolvendosi, ha mantenuto una struttura vicina alla sua origine latina. Questo lo rende non solo una lingua storica, ma anche un ponte tra l’antico e il moderno, il terreno e il celeste.

Conclusione

L’italiano è considerato una lingua celeste perché ha attraversato i secoli portando con sé la bellezza della letteratura, la solennità della religione, l’armonia della musica e la profondità del pensiero. Non è solo una lingua, ma un’esperienza sonora e mistica, un ponte tra l'umano e il divino.

Bontà e autolesinismo


Disquisizione sui "Puzzoni" e sulla Strategia della Pazienza

Ci troviamo di fronte a un dilemma antico quanto la società stessa: fino a che punto è giusto rispondere al male con il bene? E quando la pazienza diventa debolezza? Le religioni ci insegnano che la generosità e la bontà sono virtù supreme, ma la vita reale ci mette alla prova con persone che fanno del malumore e della chiusura uno strumento di potere.

1. Il comportamento del "Puzzone"
Esiste una categoria di individui che, invece di costruire relazioni sane e aperte, si rifugia nella scorza dura del muso lungo e dell’ostilità latente. La loro strategia è chiara: seminare disagio per attirare attenzione, rimanere chiusi per essere rincorsi, adottare un atteggiamento di aggressività passiva per ottenere sempre il vantaggio del primo passo fatto dagli altri. Un comportamento, questo, che si insinua nei rapporti affettivi e di amicizia, creando una dipendenza tossica di chi rincorre e chi si fa rincorrere.

2. La risposta del "Saggio"
Chi segue una morale elevata – sia essa religiosa o semplicemente etica – è portato a rispondere al male con il bene, a non farsi trascinare nel gioco dell’egoismo e della chiusura. Tuttavia, esiste un limite oltre il quale la virtù si trasforma in debolezza e il perdono continuo diventa una forma di complicità. L’Antico e il Nuovo Testamento parlano di un limite: si cita un numero, fino a nove volte, entro il quale è giusto offrire il perdono e la pazienza. Oltre questo numero, la saggezza impone di non alimentare più il vizio altrui.

3. Il confine tra bontà e ingenuità
Se il "puzzone" trova sempre qualcuno che gli corre dietro, non cambierà mai. Se l’amico che si comporta male viene sempre accolto senza conseguenze, continuerà a farlo. E se il partner che adotta il muso come arma di potere ottiene sempre il nostro sforzo per recuperare il rapporto, non farà altro che rinforzare questa tattica. A un certo punto, il vero atto di saggezza non è più la tolleranza infinita, ma la scelta di interrompere il gioco.

4. La disposizione

  • Si conceda il beneficio del dubbio e della pazienza fino a nove volte, oltre le quali la responsabilità del comportamento scorretto ricade interamente sul "puzzone".
  • Chi si ostina a comportarsi in modo tossico perde il diritto a ottenere attenzioni e correzioni. La virtù del saggio non è farsi sfruttare, ma riconoscere quando è tempo di chiudere le porte.
  • Non si confonda l’amore per il prossimo con l’obbligo di subire chi fa del proprio egoismo una regola di vita. L’equilibrio tra bontà e fermezza è la vera saggezza.

In conclusione, la pazienza è una virtù, ma non è infinita. Cedere troppo ai capricci e all’egoismo altrui non è un atto di bontà, ma un atto di autolesionismo. Bisogna imparare a distinguere tra il perdono che redime e la tolleranza che vizia, perché a volte, il miglior modo per amare il prossimo è lasciarlo da solo con le conseguenze delle proprie azioni.

domenica 23 marzo 2025

Bene e male


La Via dell’Equilibrio: Amore, Vulnerabilità e Ascolto

Due cose, tra le più belle e potenti, potrebbero davvero far andare bene il mondo.

La prima è il coraggio di mostrare la propria debolezza, la propria vulnerabilità, e di arrendersi agli attacchi senza contrastarli, proprio come fanno gli animali quando, sdraiandosi a pancia in su, dichiarano senza parole: “Mi arrendo. Tu sei più forte.” In quel gesto, istintivo e puro, nasce un’inaspettata amorevolezza, capace di frenare qualsiasi impeto dominante o punitivo. Ciò che avrebbe potuto trasformarsi in un atto di prevaricazione si dissolve nel rispetto e nella dolcezza, perché la resa disarma più di qualsiasi difesa, spezzando il ciclo della violenza prima ancora che possa prendere forma.

La seconda è la meraviglia di un “E tu?” pronunciato con sincerità, subito dopo che un’anima amichevole si è aperta e ha confessato il proprio stato d’animo, le proprie avventure o disavventure. È il segnale di una connessione rara e profonda, quella che nasce quando due spiriti si incontrano nel reciproco desiderio di comprensione. In un mondo in cui tanti si perdono nel monologo del proprio ego, annegando nel culto di sé stessi e dei propri scopi, trovare qualcuno che sappia ascoltare davvero – con attenzione, con affetto, con partecipazione – è come scoprire una sorgente d’acqua viva nel deserto.

Gli esseri umani, presi dal loro bisogno di affermare ciò che ritengono giusto, spesso dimenticano che la loro visione, per quanto nitida, è soltanto una prospettiva tra le infinite possibili. Ecco perché l’atto di resa non è solo un gesto di umiltà, ma un dono. Arrendersi di tanto in tanto significa riconoscere la legittimità del punto di vista altrui, accettare che esistono altre verità, altre percezioni, altre valutazioni, e che anche queste, in un quadro più ampio, possono prevalere.

Ma c’è di più. Ascoltare con empatia, e non solo con distacco professionale o fredda razionalità, è ciò che distingue il vero interlocutore ideale. Ecco perché le religioni, con la loro capacità di creare legami spirituali ed emotivi, continueranno sempre a toccare l’anima in un modo che la logica pura e il pensiero scientifico non potranno mai eguagliare. Il vero buon senso non si trova nelle sole deduzioni razionali, ma si raggiunge attraverso un’esperienza catartica, un atto di canalizzazione spirituale che permette a due spiriti di comunicare e riconoscersi, anche quando sono di natura opposta.

Questa è la mia visione del bene e del male: nel primo risiedono la resa consapevole, l’ascolto reciproco e la compassione; nel secondo, l’ego inflessibile, la sordità emotiva e l’isolamento narcisistico.

Don Erman